IL LARICE – L’albero che si veste d’oro (Coedizione)

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IL LARICE (El Lares) L’albero che si veste d’oro
• Editore: La Cooperativa di Cortina – Cierre Edizioni – WBA onlus
• Autore: Dibona Dino
• Anno: 2014
• Lingua: Italiano
• Pagine: 280
• Formato 240 x 170 mm
• Codice ISBN: 978-88-8314-770-8
• Carta: FSC
• Peso: 1000g + confezione



Ristampa anastatica del volume pubblicato nel 1999 dalla Cooperativa di Cortina. L’autore, Dino Dibona, laureato in Scienze Forestali, ha saputo raccogliere in questo testo, arricchito di foto e disegni, una quantità enorme di dati e informazioni su uno dei più belli e importanti alberi delle Alpi: il larice. Un libro che non può mancare nella biblioteca del forestale e del naturalista, ma che, allo stesso tempo, per il suo linguaggio semplice e accessibile può essere apprezzato da tutti coloro che amano sinceramente la natura e la montagna.

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Descrizione

Presentazione dell’editore

 

La Cooperativa di Cortina, continuando nel suo impegno editoriale per l’incoraggiamento e la diffusione della cultura ampezzana e in genere ladino-dolomitica, è lieta di presentare questo libro che il Prof. Dino Dibona, ampezzano d’origine, ha dedicato al larice, uno degli alberi più significativi delle nostre montagne. Con la pubblicazione di questo libro, la Cooperativa di Cortina non intende solo dare un attestato di riconoscenza a un cittadino (fra l’altro suo Socio), che si è fatto onore in ambito scientifico e accademico, ma anche esprimere il proprio apprezzamento per l’affetto che il Prof. Dibona dimostra per la sua valle natale, dove risiede e dove svolge molte delle sue ricerche.
Il libro, poi, è unico nel suo genere, perché è una miniera incredibile di notizie e di informazioni che del larice rivelano tutto: i dati naturalistici come quelli economici, i caratteri distintivi dell’essenza come gli aspetti ambientali del suo habitat, il comportamento del singolo albero, come quello delle associazioni a cui esso dà vita. Né mancano gli approfondimenti più specialistici sull’humus, sulla crescita, le varietà, i modi di utilizzazione, eccetera.
Ne esce un quadro affascinante, dotto e al tempo stesso accattivante di una pianta tenace, forte e generosa: qualità che, chi lo conosca, si ritrovano tutte nell’Autore, insieme con una certa ruvidezza di scorza, che tuttavia non manca di offrire occasioni di poesia.
Dino Dibona, il docente universitario, lo specialista in scienze forestali, lo studioso dei suoli e dei «soprassuoli» è infatti anche un cultore delle tradizioni dolomitiche, uno scrittore smaliziato (anche se assai schivo) e un eccellente fotografo: qualità che il lettore attento ritroverà anche in queste pagine. Ma la Cooperativa di Cortina è lieta di presentare ai suoi Soci e ai lettori tutti questo suo libro, soprattutto perché erige un monumento al larice: a questa presenza vegetale discreta e domestica con la quale gli ampezzani convivono da sempre, che allieta gli ampi versanti della nostra conca.

La Cooperativa di Cortina

 

Presentazione del Prof. Umberto Bonapace

 

Elogio del larice
Si può amare una pianta? Prediligere una forma arborea sulle altre, solo a motivo di un particolare rapporto emotivo con un certo tipo di ambiente vegetale? Se la risposta è affermativa, e lo è per molti, ci si deve chiedere anche: si può amare un albero (ma si potrebbe dire una musica, un quadro, un paesaggio, un animale, una persona) senza desiderare di conoscerla, senza sentire il bisogno di capirne l’essenza, di conoscere i modi, le ragioni e il destino del suo semplice esistere vicino a noi, intorno a noi? Purtroppo per molti l’emozione generata da tante presenze che affollano l’ambiente che ci circonda è il più delle volte fine a se stessa.
Cogliamo dei messaggi, ma non ci curiamo di decifrarli, ci accontentiamo del generico piacere che quelle presenze ci trasmettono, magari soffriamo se qualcuno attenta alla loro integrità, ma niente più. Peggio ancora: spesso ci atteggiamo a difensori dell’ambiente, facciamo di questo atteggiamento una sorta di impegno ideologico, se non addirittura politico, e poi ci permettiamo di ignorare i complessi meccanismi, le leggi, i comportamenti, che pure la scienza ha indagato e ha tradotto in conoscenze facilmente acquisibili da chiunque. Ma anche nei più attenti e scrupolosi ambientalisti, l’attenzione va di solito ai grandi insiemi: la foresta amazzonica, l’ ozonosfera, i luoghi umidi, le masse marine: oppure ai parchi, a singole zone da salvaguardare, a specifici ambienti da difendere (giustamente) dalle offese dell’uomo. Poi ti accorgi che, attraversando un bosco di montagna, quelli stessi nobili difensori della natura non sanno sempre distinguere le diverse essenze, e delle singole essenze ignorano tante, troppe cose …
Queste riflessioni, con un pizzico di autocritica, ho rivolto a me stesso sfogliando in prima stesura il bel libro che l’amico Dino Dibona ha dedicato al larice: una pianta che da sempre ho prediletto, che ha contrassegnato fin da bambino la mia percezione dell’ambiente alpino e prealpino. Per fortuna, accanto alle tante cose che ignoravo, ho trovato molte conferme: soprattutto ho riconosciuto con piacere, nelle pagine dell’Autore, sia pure accuratamente celati dalla sapiente e oggettiva e sistematica descrizione scientifica, non pochi riflessi delle mie stesse emozioni: una sorta di dendrofilia congenita di cui io stesso mi confesso felicemente affetto.
Perchè, insomma, la natura, e in modo particolare la natura alpina, mi ha dato e continua a darmi delle emozioni, che sono state alla base delle mie stesse scelte di vita e di lavoro: tanto da rendermi profondamente convinto non potervi essere rigore scientifico, nelle scienze della Terra, disgiunto da una profonda adesione, anche (perchè no?) emotiva, all’oggetto delle nostre ricerche.
Quanto a/larice, esso ha sempre costituito, nel mio immaginario, l’anima vera della montagna. Ricordo che per me, nato nella fascia del «Castanetum», la montagna vera si annunciava là dove alle latifoglie incominciavano a frammischiarsi i primi larici, diritti e chiomati delle loro fronde verde tenero. Nel dolcissimo paesaggio prealpino, dove ho trascorso tutte le estati della mia infanzia e dell’adolescenza, il larice, già presente con le betulle, i carpini, i faggi, i tigli e gli ontani intorno ai 600 metri, iniziava a infittirsi e a imporsi alle altre essenze intorno agli 800. Era ancora una pianta domestica, nel senso che punteggiava in piccole chiazze i prati ancora accuratamente sfalciati e delimitati da belle siepi di nocciolo. Ma salendo di quota, ecco che i larici si asselvavano in formazioni chiuse, compatte, con un ricco sottobosco dove spiccavano i rovi graditi dei lamponi. Addentrarsi nel lariceto era come «introire ad templum»: un tempio mistico, dove la luce filtrava attutita fra i festoni dei rami, radendo con raggi obliqui le colonne diritte dei tronchi. Questa sensazione mi ha colto poi ovunque abbia incontrato una foresta di larici: in Valle d’Aosta come in Valtellina o in Tirolo, per non parlare dei lariceti delle Dolomiti, senza dubbio i più puri e più suggestivi.
Dei caratteri e dei costumi del larice l’Autore di questo libro riferisce con grande dovizia. Ma egli ricorda anche la festa di colori che il larice induce in autunno sulle pendici alpine, quando gli aghi caduchi delle sue foglie assumono quell’incredibile tinta gialla viva, facendo di ogni singola pianta una fiamma: pennellate che tanto più spiccano quando ai larici si frammischiano le essenze sempreverdi degli abeti e dei cirmoli. A questa festa di colori si aggiunge quella dei suoni che la brezza o il vento suscitano tra le fronde. Fruscii sommessi d’estate, sibili lamentosi d’inverno, quando le fronde sono spoglie affatto degli aghi: voci misteriose della natura alpina, che parlano un loro linguaggio intenso a chi le sappia ascoltare. Ma il larice vive anche quando la mano dell’uomo l’ha abbattuto e privato dei rami e scortecciato e ridotto in fusti odorosi di resina o in tavole dal bel colore ambrato. Quanta parte ha il larice nella vita economica e nelle espressioni d’arte delle popolazioni alpine! Basti pensare alle regole comunitarie che un po’ ovunque nelle Alpi hanno sempre presieduto alla silvicoltura; o alla fluitazione dei tronchi lungo le vene d’acqua dei fiumi, quando, uniti in zattere, erano trascinati al mare per fare le fondamenta ai sestieri di Venezia o essere trasformati in fasciame per le navi, in pennoni, in ponti, in moli. Per non dire delle dimore alpine e dell’antichissimo uso delle costruzioni in tronchi di larice incastrati (Blockbau), diffuso in tutto l’arco alpino, dal Delfinato alla Slovenia. Spesso alla tecnica a blocco si affiancava quella a tavolato (il latino «tabulatum»), dalla quale pendono il nome i «tabià», i «tablé», i «toulà», tipici dell’area dolomitica. Dove il larice abbondava, esso forniva il materiale per le coperture dei tetti a scandole: tavolette ottenute per spacco lungo le venature naturali e poi interzate ad assicurare una lunga protezione delle abitazioni. Il larice entra così nei paesaggi delle valli alpine anche sotto forma di manufatti dell’uomo, col colore bruno caldo delle pareti !ignee esposte ai raggi mordenti del sole, che si fa grigio pallido in quelle esposte a nord e sui tetti di scandole dilavati da piogge e nevi. E come bene risaltano su quei legni antichi le macchie rosse dei gerani che adornano ogni più umile dimora delle nostre montagne. L’arte popolare si è poi sbizzarrita nelle forme e nelle decorazioni dei foggiati !ignei, dei mobili rustici, degli attrezzi più disparati, dei tabernacoli e delle statue, cui il larice presta la solida e duttile fibra del suo legno.
Come non riconoscere in questo albero una sorte di nume tutelare, di gigante buono, che tempera con la sua presenza gli ambienti aspri e talora inospitali della montagna, donando agli uomini il tesoro inesauribile (se coltivato con sapienza) del suo legname? Era dunque giusto e doveroso che gli fosse dedicato un libro come questo, e appare naturale che ciò sia avvenuto col concorso di una istituzione come la Cooperativa di Cortina, espressione genuina delle tradizioni economiche e culturali di una comunità montanara qual è appunto quella d’Ampezzo. I larici sono infatti l’essenza prevalente delle splendide foreste ampezzane (e per accorgersene basta uno sguardo circolare alla conca di Cortina in una giornata d’autunno avanzato, quando i larici manifestano la loro presenza con le tinte squillanti delle loro chiome). In più, per secoli, la cura di questi boschi e il loro intelligente sfruttamento sono stati la base dell’economia silvo-pastorale della comunità ampezzana.
Ai nostri giorni queste foreste sono sentite e ammirate più che altro come parte integrante, insieme con le cime dolomitiche, di un paesaggio fra i più celebrati delle Alpi: fonte e motivazione di una diversa, ma non meno importante forma di economia. Questo libro perciò si raccomanda a tutti coloro che oggi si accostano con amore alla natura alpina. Ma l’amore, lo ripeto, rimane sterile atteggiamento sensibilistico se non è sostanziato anche dalla conoscenza. E del larice questo libro dice tutto, proprio tutto: leggere per credere.

Prof. Umberto Bonapace

 

Presentazione del Prof. Patrizio Giulini

 

Il rapporto fra l’Uomo e la Natura fu sempre molto sofferto. Come tutte le altre specie animali anche l’uomo, giorno dopo giorno, dovette misurarsi nella lotta per l’esistenza lungo il cammino dell’evoluzione. Ciascun individuo, poi, in base ai risultati delle sue azioni perse o vinte: in fondo il significato biblico di Caino e Abele fu nelle lotta per l’esistenza e la vittoria arrise a colui che fu più competitivo, perchè più aggressivo ed egoista.
La Bibbia fa pensare che Abele non abbia potuto lasciare discendenza perchè, buono e generoso, si sacrificò per gli altri; tuttavia per ogni generazione quei caratteri genetici, nel gioco delle ricombinazioni al momento più importante e straordinario della meiosi, poterono manifestarsi nel fenotipo di alcuni individui.
Gli Abele sono sempre stati con noi ed è grazie a loro che l’uomo ha potuto procedere sulla via dell’evoluzione, camminando sempre meglio su due gambe, competendo sempre meglio con l’ambiente, utilizzando sempre di più gli oggetti che lo circondavano, ottenendo sempre di più con meno fatica, aumentando il proprio bagaglio di conoscenze, prima trasmettendole oralmente, poi per iscritto, infine descrivendole nel meccanismo della loro conquista. È questo l’attuale livello conoscitivo raggiunto dall’uomo. Quanti Abele, però, si sono succeduti nella lotta per l’esistenza e quante loro idee sono state poi sfruttate dai Caino a fini ben diversi da quelli pensati e desiderati da Abele.
Tuttavia Abele e Caino non esistono: ciascuno di noi è, insieme, un po’ dell’uno e un po’ dell’altro: Jekyl e Hyde, l’intelligenza e la bestialità.
Sono convinto che anche nel peggiore di noi c’è, o c’è stato, il desiderio di essere Abele più che Caino, poi la vita, certe realtà, le delusioni hanno allontanato il primo e fatto prevalere il secondo. La conoscenza può aiutare Abele a prevalere su Caino, Jekyl a prevalere su Hyde; qualunque mezzo, quindi, per trasmettere la conoscenza, è certamente questo il mezzo per migliorare la società in cui viviamo.

Negli anni ‘50 il Turing Club Italiano fondò la rivista «Monti e Boschi»; su quelle pagine scrissero esperti di gran classe che raggiunsero i lettori in funzione della grande tiratura di quella rivista. Gli articoli erano bevi, ma densi di informazioni. Molti di noi iniziarono ad amare la Natura proprio grazie a quelle pagine e grazie a quegli antesignani della Scienza che ci diffusero le loro esperienze e la loro Scienza. Oggi il lettore è cambiato, sa molto di più, ed è insoddisfatto dell’informazione breve, riassunta e incompleta. L’umanità è evoluta moltissimo in questi ultimi due secoli da quando l’Illuminismo produsse ben più della rivoluzione francese, ma, attraverso l’enciclopedia, la rivoluzione della cultura produsse la sete dell’informazione. I Corsi di Laurea in Scienze Forestali, in questi ultimi anni si sono moltiplicati, non così la produzione scientifica utile alla selvicoltura e agli operatori del settore del legno; sono stati prodotti prevalentemente studi superspecialistici, spesso complessi e sofisticati, ma di modesto impatto sulla pratica selvicoltura e sull’informazione reale. Ecco allora che ben si inseriscono nell’universo delle pubblicazioni scientifico-naturalistiche le opere di Dino Dibona, di cui questa sul larice, non è che un esempio, forse un passaggio verso nuove ricerche. Lettore ed editore procedono di pari passo, il primo selezionando il meglio prodotto dal secondo, il secondo sforzandosi di capire ciò che più interessa il primo, anche qui una forma di lotta per l’esistenza.
Dall’enciclopedia alla monografia: tutto ciò che si sa di un argomento, di una specie animale o vegetale, tutto su uno stesso libro, questo è il futuro della conoscenza e della divulgazione scientifica e oggi, Dino Dibona, forestale e docente, che alla formazione teorica ha aggiunto una non comune conoscenza pratica della montagna, delle sue piante e dei suoi boschi, con puntiglioso rigore scientifico ci riferisce tutto ciò che si sa sul larice europeo; domani, speriamo che lui o altri ci vogliano descrivere le altre specie forestali della nostra Terra, prima che l’ignoranza produca i suoi deleteri effetti e scompaiano per l’inquinamento, la deforestazione o la riforestazione esotica. Ancora, più che mai, la Natura ha bisogno di essere diffusa, presentata e fatta conoscere il più profondamente possibile. Un po’ perchè la stiamo violentando sempre più in fretta, un po’ perchè sentiamo di averne sempre più bisogno.
Non voglio far pensare all’Uomo che, al capezzale della Madre morente, cerca nei ricordi le immagini di ciò che non è più. L’Uomo è al capezzale della Madre ammalata, il male è di giorno in giorno sempre più grave (e non verrà un medico da un altro pianeta a curarglielo), egli deve provvedere da solo alle terapie necessarie e solo la conoscenza, come quella offerta da questo testo sul larice, potrà fargli rivedere il sorriso di una Madre che, per quanto dura e severa, è pur sempre la sua unica via di sopravvivenza.

Prof. Patrizio Giulini
Docente di Botanica sistematica
all’Università di Padova

 

Prefazione dell’autore

 

Questo testo è stato pensato e scritto per coloro che intendono approfondire le specifiche conoscenze su una delle più importanti piante forestali delle Alpi: il larice europeo. È quindi un testo che può essere utilizzato dagli insegnanti di ogni ordine e grado, dagli studenti di qualsiasi livello, dagli operatori del settore legno, dagli appassionati di botanica e da chi desidera semplicemente conoscere meglio le piante forestali e sente la necessità di classificarle attribuendo loro il giusto nome volgare e scientifico, nonché riconoscerne le caratteristiche e scoprire le eventuali eccezionalità, che rendono inesauribile l’interesse che lo studioso, o il semplice osservatore, può avere nei confronti dei molteplici aspetti della natura alpina. La nostra attenzione è spesso orientata alla conoscenza generica degli ecosistemi, così come ci viene oggi proposta dai mezzi di comunicazione di massa, mentre difficilmente ci si sofferma sulla meravigliosa armonica complessità di una singola specie vegetale. Questo testo vuole quindi rappresentare un passaggio dalla generica descrizione e conoscenza delle piante forestali, alla monografia su una sola pianta.
Conoscere a fondo le piante dei nostri boschi, le loro origini e le loro esigenze, significa altresì capire la reale importanza ecologica, la sinecologia e la biodiversità dell’insieme delle specie che forma no i singoli ecotopi alpini; significa anche imparare ad amare e rispettare le piante e la natura nel suo complesso, acquisendo così la consapevolezza che gli alberi sono un bene prezioso da tutelare e da non dissipare inutilmente.
Esaminandola da vicino, si scoprirà anche che ogni singola pianta ha una sua precisa individualità, con caratteri esclusivi che la differenziano da tutte le altre piante, anche della stessa specie, così come avviene per gli animali e per l’uomo. Una migliore conoscenza degli alberi e dei complessi processi biologici che regolano la vita del bosco, consentirà anche di osservare la natura «con altri occhi», rendendo ogni contatto con l’ambiente naturale ricco di interessi e gratificazioni. La lettura della descrizione della specie arborea qui presa in esame, seguita dalle osservazioni dirette di questa pianta nel bosco, dovrebbe quindi contribuire ad arricchire le conoscenze dello studioso, dell’appassionato naturalista e del semplice curioso, così come la stesura del testo ha arricchito le conoscenze dell’autore.

L’Autore

Informazioni aggiuntive

Peso 1.12 kg