Il peccato originale dell’olio di palma “sostenibile”: estinzioni e distruzione di foreste!

25 marzo 2016

Abbiamo già perso più della metà delle foreste tropicali del pianeta: da 16 milioni di kmq a 7 milioni di kmq. Ogni anno vengono distrutti 100.000 kmq di foresta con tutto il loro patrimonio di  biodiversità; secondo E. O. Wilson provochiamo in questo modo l’estinzione di 35-40.000 specie ogni anno: in pratica 100 specie al giorno!
Negli ultimi 15 anni la distruzione è stata provocata prevalentemente dall’industria dell’olio di palma. Come hanno documentato le spedizioni naturalistiche di WBA onlus, dal Sud-Est Asiatico al Sud America, dall’Africa al Centro America, la sistematica distruzione di enormi superfici di foresta tropicale per far posto a piantagioni di palma da olio ha determinato negli ultimi decenni gravissime perdite in termini di biodiversità e un incremento notevole delle emissioni di gas serra (prima della piantagione è pratica comune l’abbruciamento del legname).
Per anni le grandi aziende alimentari (prime fra tutte in Italia Ferrero e Barilla) utilizzano l’olio di palma nei loro prodotti: biscotti, merendine, snack dolci e salati. Pur essendo uno dei peggiori oli vegetali in circolazione per l’alta percentuale di grassi saturi in esso contenuti, l’olio di palma è presente perfino nel latte in polvere per neonati!
Esso ha però un pregio unico: un costo di produzione bassissimo, dato che gli enormi costi ambientali della sua produzione sono, come spesso accade, “esternalizzati” dall’industria e caricati sulla collettività. Per non parlare delle ingenti spese sanitarie che i Paesi occidentali devono affrontare per curare i gravi danni alla salute dei cittadini che ne fanno, spesso inconsapevolmente, largo uso. Obesità, malattie cardio-circolatorie e malattie del metabolismo sono in buona parte dovute proprio all’assunzione eccessiva di grassi saturi, in gran parte rappresentati proprio dall’olio di palma.
Oggi, la crescente sensibilità dei consumatori verso il problema ha indotto molte aziende alimentari a utilizzare per i loro prodotti oli vegetali più salubri, a basso contenuto di grassi saturi (girasole, mais, oliva, ecc.) e, soprattutto, molto meno impattanti dal punto di vista ambientale.
Negli ultimi mesi, tuttavia, quando sembrava che la presa di coscienza del problema e la sensibilizzazione dei consumatori potesse avere la meglio sull’industria del “profitto a tutti i costi”  ecco due grandi affondi dell’industria alimentare ed energetica.
La prima ha tirato fuori dal cilindro l’“Unione Italiana Olio di Palma Sostenibile” (sic!), fondata dai colossi Nestlè e Ferrero per cercare di convincere i consumatori che l’olio di palma non fa poi così male, anzi… e soprattutto per dire che può essere prodotto nel rispetto dell’ambiente. La massiccia campagna a suon di spot suadenti e mistificatori ha l’evidente obiettivo di creare una cortina fumogena attorno ai consumatori, sempre più informati da fonti autorevoli e scientificamente attendibili sui gravissimi danni ambientali e sanitari causati dal consumo quotidiano di olio di palma.
Si cerca di far credere ai consumatori che esiste un modo sostenibile per coltivare la palma da olio. E che l’olio di palma sostenibile non proviene dalla distruzione di foreste tropicali. Queste falsità sono facilmente dimostrabili dato che fino a 20 anni fa la palma da olio era confinata nel suo continente d’origine, l’Africa, e che la successiva diffusione nelle aree tropicali di tutto i mondo ha comportato la distruzione di milioni di kmq di foresta e l’estinzione di centinaia di migliaia di specie.
La certificazione di sostenibilità ambientale di prodotti provenienti da queste coltivazioni, che hanno sostituito la foresta originaria, è una contraddizione in termini! Come dire che una coltivazione di palma da olio su un terreno deforestato nel 2014 è insostenibile, ma se la coltivazione insiste su un terreno deforestato nel 2004 è sostenibile… Che senso ha? Il danno è lo stesso!
Invece, la prospettiva di rendere “certificabile” la produzione, una volta eliminata la foresta e fatto trascorre un certo tempo, rappresenta secondo WBA un ulteriore incentivo alla deforestazione.
Il secondo affondo è venuto da un altro colosso dell’industria: l’ENI, che si auto proclama paladino dello sviluppo sostenibile. Nei mesi scorsi ha lanciato il “GreenDiesel+” presentandolo come dotato di “una componente rinnovabile che contribuisce a ridurre le emissioni di CO2”. Questo “biofuel” prodotto dalle cosiddette “bioraffinerie” deriva semplicemente dall’olio di palma… alla faccia della sostenibilità! Ma come può essere considerata “sostenibile” una coltura che distrugge foreste tropicali in modo sistematico, portando il pianeta sull’orlo del collasso ambientale. L’economia e l’industria accecate da profitti facili non sembrano ascoltare le vocalizzazioni degli oranghi che annunciano la distruzione del pianeta!
WBA onlus è impegnata dal 2012 in una campagna di sensibilizzazione dei consumatori sui temi della sostenibilità, soprattutto attraverso il Progetto S.O.S. (Scuole Orientate alla Sostenibilità) con l’obiettivo di sensibilizzare studenti e cittadini su consumi realmente sostenibili, per escludere dall’uso quotidiano prodotti, come l’olio di palma, che fanno male alla salute e che ci rendono complici della distruzione delle ultime foreste tropicali del pianeta.
Ma per fortuna non tutta l’industria è ottusa e irresponsabile. Ci piace ricordare che recentemente Plasmon e Colussi hanno dichiarato la loro intenzione di sostituire l’olio di palma dei loro prodotti con oli realmente sostenibili e in grado anche di sostenere l’agricoltura italiana. Facciamo in modo con il nostro “consumo responsabile” che questo esempio sia seguito da un numero sempre maggiore di produttori! E’ semplice! Basta non consumare prodotti contenenti olio di palma. Le alternative ci sono, finalmente!